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Sui vetri

 

 

Un nuovo strumento prende vita passando una discreta trafila: mette in gioco diverse expertise e competenze, e, sopratutto in giorni come questi in cui l'offerta è tanto interessante quanto ridondante, non è facile vedere venir fuori uno strumento realmente “emergente”.


La necessità di smaltire il disponibile su un mercato che è diventato veloce come quello della telefonia cellulare dà vita a strumenti quanto meno in continuo aggiornamento e con l'interessante novità cghe restano disponibili per tempi  molto brevi (anche solo pochi mesi); questo è dovuto da un lato alla tecnologia che consente continui miglioramenti , alla domanda e alle realtà produttive emergenti. Dall'altro rende legittimi alcuni dubbi sulla consistenza della qualità di alcuni materiali.

Le discussioni "in giro" sono molto intense: da un lato non si va molto oltre uno scambio di dati ,termini e caratteristiche da depliant publicitari, dall'altro non è raro vedere riportare affermazioni molto generiche su sistemi di un certo impegno, e non poche sono vere e proprie leggende urbane...

Forse riguardo la terminologia tecnica può essere  interessante spendere qualche nota .
 

Quel che si nota a prima vista è, l'occorrenza di termini quali “ED”, “semiapo” fuor di contesto: si usano termini nati per descrivere e confrontare  materiali, comportamenti e per condensare e significare... qualcos'altro.

 

Per quanto riguarda strumenti di un certo impegno e comunque per cui si vuole attestare un certo livello qualitativo, le case più serie si distinguono per il rilascio di data sheet completi delle “condizioni al contorno” in cui si tengono le verifiche sul pezzo.


Per accessori e strumenti di maggior diffusione e che devono trovare un appeal con il pubblico più immediato si usano spesso termini “di grido”.
 

L'uso di vetri ED è noto da secoli: ipotizzato (e inseguito) dai tecnologi dal XIX sec., è una sorta di panacea e di pietra filosofale che molto ha permesso e grazie a cui ancor di più si pensava si potesse ottenere. Vetri ED sono entrati nell'uso degli amatori in linea di massima a partire dagli anni '60, con i piccoli obiettivi Takahashi che già nei diametri 50mm costavano cifre elevate (e che erano comunque allineati con i diametri degli strumenti allora diffusi fra gli amatori...).

 

Gli indici di rifrazione dei vetri da ottica sui cataloghi sono nominali. Ovvero: chi acquista vetro da ottica fa la scelta sul catalogo, ma il vetro che verrà fisicamente consegnato avrà caratteristiche lievemente differenti da quelle sulla carta; per i disegni usuali non è un problema, ed  è procedura normale modificarli seguendo i valori reali che vengono forniti dal produttore per ogni singolo batch, e rendono possibile costruzione in serie vista l'omogeneità delle singole fusioni dei vetri più comuni. Più critica è la situazione per i vetri speciali, impiegati in sistenmi da cui si vuole estrarre pretsazioni di rilievo e montati in schemi ottici più complessi (in cui le tolleranze sono più strette rispetto a schemi classici e relativamente toleranti come, per es., un doppietto Fraunhofer).

Da centinaia di anni si cerca di produrre vetri con caratteristiche ad hoc; fra l'altro, l'ottimismo degli anni '50 si è affievolito, e in questo periodo in cui la tecnologia dei materiali avanza a pieno regime, la ricerca (fervente) sta producendo risultati di rilievo, ma a costi elevati, in ritardo sui tempi paventati in passato, e con il delineamento di limiti che l'atuale tecnologia non sembra potrà presto superare.

Ci sono proprio difficoltà tecnologiche, legate anche alla pura pratica di forno: in sintesi: i vetri speciali sono relativamente reattivi, inomogenei, presentano imperfezioni.

Se anche i vetri standard presentano problematiche analoghe, i vetri speciali e anomali che sono stati introdotti nel mercato civile dagli anni 50/60 presentano aspetti di costo, dominanti cromatiche, stabilità, inomogeneità di una certa consistenza.

 

Proseguendo: i vetri su catalogo vengono "chiamati" per nome utilizzando i valori rappresentativi di indice e dispersione. Poi tali valori vengono "spulciati" sul catalogo leggendone versioni dettagliate e "più precise" sul catalogo stesso. Da qui parte kil lavoro dei progettisti che si basano sui valori degli indici forniti con precisione spinta alla quinta cifra decimale. Una volta ordinato, il blank viene fornito con una data sheet che riporta i valori del singolo batch rilevati fisicamente allo spettrorifrattometro, e con questi si  effettua una sintonia fine del disegno ottico.

 

Se un lavoro del genere è normale procedura per strumenti "standard", quando si esplorano possibilità più sottili e si vuole spremere lo spremibile da una serie di vetri disponibili o da un disegno, le tolleranze diventano strettissime, e arrivano a superare i vincoli delle letture allo spettrofotometro.


In sintesi: se per un doppietto acromatico a lungo fuoco non c'è gran difficoltà nel poter risettare il disegno seguendo i valori reali degli indici dei vetri (considerando pure che la tecnologia dei vetri tradizionali è tale che questi hanno caratteristiche pressochè costanti da un batch produttivo all'altro), per un disegno critico, che deve avere un certo numero di curve dello sferocromatismo che si incontrano a determinata altezza, il discorso non sempre è possibile; banalizzando: è un po' come completare un puzzle:  se questo è cpmposto da due sole tessere qualora non combacino è, basterà rettificarle; se se ne hanno diverse da collegare, ma queste non combaciano , il puzzle diventa irrisolvibile, e quanto meno comporrà un quadro scomposto invece che rettangolare.

 

Il punto è che la tecnologia da un lato non permette di determinare il valore degli indici oltre il 5° posto decimale, e, sopratutto per i vetri meno usuali, l'indice stesso arriva a variare non solo da una fusione all''altra, ma addirittura nella stessa fusione e per vetri particolari... anche fra i margini di un singolo blank.


Il risultato è che oggi i vetri pongono un limite fisico a quelli che sarebbero (fermandoci allacromaticità)  desideri di totale correzione cromatica: già oggi non è possibile centrare più di quattro lunghezze d'onda nel punto in cui si vuole. La cosa  è possibile "casualmente", e molto ci si può avvicinare a tale condizione, ma la certezza non è data, per quanto il disegno sia sofisticata, i vetri ben scelti e l'esecuzione accurata: l'incertezza sui valori degli indici, per quanto minima, è sufficiente a causare tale condizione.

 

Un iperapocromatico su cinque lunghezze d'onda è più un esercizio (complesso) di stile che una necessità irrinunciabile, ma è interessante notare che ancora la tecnologia ottica ha ambiti "alchemici" legati a materiali  la cui produzione  non è totalmente dominata.


Interessante anche notare che, per ragioni meno critiche ma riconducibili a quanto sopra, non è possibile ad ora costruire apocromatici ortodossi di buon diametro in serie: è necessario in ogni caso un controllo praticamente puntuale degli esemplari in esecuzione.


E altro punto è che buona parte dei disegni hanno le loro caratteristiche dipendenti dal fatto di impiegare nei calcoli indici definiti esatti e troncati al quinto valore decimale. Se (come è certo nelle realtà fisica) il "sesto posto" non è per forza pari a 0, ma flotta (alcune case danno un valore della sesta cifra con incertezza del 50%)... l'incertezza sul valore della sesta cifra è sufficiente a far perdere  al disegno le sue caratteristiche:. Vista la sensibilità dei disegni high end... anche caratteri come per es. (e per prima) l'apocromaticità "da libretta"  possono  venire a mancare. Insomma: un apo, se ci si limita a considerare indici di rifrazione e si realizza un esemplare teorico, che ricalca perfettamente un disegno perfettamente apocromatico, non lo sarà già solo per le pur minime incertezze sui valori degli indici dovute al superamento delle possibilità di misura